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Storia

BESSUDE, anticamente BISSUDA, villaggio della Sardegna nella prov. di Sassari, distretto di Codrongiànos, tappa (off. d’insin.) di Sassari. Apparteneva all’antico dipartimento di Cabuabbas.

È situato a piè del monte Pèlao in una concavità, esposto a ponente e tramontana. Il totale delle case è di 150, disposte lungo vie irregolari, e non selciate. Le strade vicinali che portano ai paesi dell’intorno sono impraticabili a vetture, e pericolose pure ai cavalli: la prima accenna a Tièsi, dove giugne dopo percorse quattro miglia, l’altra a Bànari distante tre, la terza a Sìligo, di quasi eguale lunghezza, e per una od altra di queste due a Sassari, distante ventidue miglia. Potrebbesi facilmente entrare in comunicazione con la strada provinciale d’Alghèro, per un piccol tratto di lavoro, e quindi con la centrale.

Il clima è poco da lodare e per la umidità che cagionano l’acque che scorrono per l’abitato, e per le pestilenti esalazioni che svolgonsi dalle immondezze stagnanti in alcune parti, e dai letamai, e per lo calore che vi si raccoglie nella estate quando non soffiano i venti che vi hanno libero il flusso.

Regnano di primavera e di inverno le infiammazioni, nell’estate e autunno le febbri periodiche, le diarree, le dissenterie.

Antico e assai popoloso essere stato questo villaggio rilevasi dalle vestigie di abitazioni che veggonsi oltre la periferia dello spazio attualmente occupato. È tradizione fosse distrutto dalla peste nel cadere del XVI, e poscia ripopolato da alcuni uomini delle vicine terre di Ibilis e Sustàna ora deserte; la prima delle quali riconoscesi nel sito ove oggidì rimane in piede la chiesa di antica struttura di s. Maria de Nuràghes, a ponente in distanza di mezzo miglio, l’altra distava due miglia, quante ne corrono al luogo dove sono visibili le fondamenta di tre chiese, che sappiamo fossero dedicate una a s. Nicolò di Bari, altra a s. Lorenzo martire, la terza a s. Pietro. Tra le rovine di queste due popolazioni trovano i contadini monete erose, e specialmente puniche, e delle corniole finissime.

La maggior parte dei bessudesi dà opera alla coltivazione, un piccol numero attende alla pastorizia, ed alcuni pochi si esercitano nelle arti meccaniche di prima necessità, sebbene sia da dire, che come sanno meno di queste, e meno tempo vi impiegano che nella agricoltura, così piuttosto nella classe degli agricoltori che negli altri mestieri debbansi computare. Nella tessitura impiegansi circa 140 telai.

L’istruzione normale è ben sistemata, nè vi intervengono più di 20 fanciulli.

Questo popolo è sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari, come vescovo di Sorreo.

La chiesa parrocchiale è denominata da s. Martino vescovo. Fu fabbricata nel 1620 quando si dovette abbandonare l’antica di s. Leonardo, che fuori del paese oggi si vede rovinosa. Il parroco si qualifica vicario perpetuo, e gli assistono uno o più coadjutori. I frutti decimali costituiscono la prebenda del decano della cattedrale di Sassari, seconda dignità di quel capitolo, eretta dal papa Giulio III l’anno 1551. Ammirasi in questa chiesa il quadro, dove è rappresentato il famoso atto eroico di s. Martino, che sembra di buona scuola, ed i simulacri dell’Assunta, e del Redentore, opere di cui ignoransi gli autori, i quali però sono creduti di molto merito. Le chiese filiali sono quattro: s. Croce nel paese, e le suddette, queste erano s. Leonardo presso al popolato, dove è il cimitero, e s. Maria de Nuraghes; inoltre altra distante circa un miglio, e dedicata a s. Teodoro. Sette sono rovinate, una di esse appellata da s. Barbara, altra da s. Sisto, distante dall’altra circa 100 passi, le tre chiese di Sustàna, quella che trovasi in Pumari, ove osservansi alcune sepolture, ed una caverna di 5 stanze; e finalmente quella di s. Giorgio di Campo-lungo.

Nel censimento parrocchiale dell’anno 1833 si conobbe esser le famiglie 135, le anime 634. Nascono per l’ordinario nell’anno 25, muojono 20, e si celebrano matrimoni 5.

Sono coscritti al battaglione di Tièsi dei corpi miliziani-barracellari uomini 27.

L’area territoriale è ristrettissima, ned è maggiore di miglia quadrate 5, compresovi un piccolo ghiandifero. Di questa estensione sottraggasi il terreno demaniale che consiste nella parte del pianoro del Pèlao, che resta entro questa giurisdizione, ed i terreni incolti, che equivalgono ad una superficie, capace di star. 2223, ed avrassi la grandezza del territorio di spettanza particolare che potria contenere star. 1350.

L’azienda agraria, la cui dotazione fu di star. 700, e lire 991, fu nel 1833 trovata avere per fondo granatico star. 100, per fondo nummario lire 64.7. Ragguaglio lo star. a litri 49,20; le lire sarde a lire nuove 1.92.

Si semina star. di grano 560, d’orzo 56, di fave 40, di lino 60. La fruttificazione ordinaria del grano va al cinque, gli altri generi rendono qual più, qual meno.

L’agricoltura è in pessima condizione per molte cause. La principale tiensi essere la scarsezza dei buoi da lavoro, non essendo possibile che ai soli benestanti tenere più coppie, mentre manca il pascolo, e manca il prato comunale che non si è mai voluto assegnare dal barone. Le vigne sono 85, la maggior parte divise e suddivise, onde anche i poveri hanno la piccola loro proprieta.

I prodotti dell’agricoltura che sono i soli che portansi nel commercio dei bessudesi, per l’ordinario si spacciano in Sassari.

Le specie dei fruttiferi sono olivi, peri, pomi susini, noci, nocciuoli, mandorli, fichi, persici, cotogni, meligranati, sorbi, giuggioli, gelsi, agrumi. In totale sommeranno a 9000 individui.

Il bessudese è tutto montuoso con piccole vallate, ed ha porzione nel Pèlao. In questo monte passa la linea di demarcazione dei due dipartimenti Cabuabbas e Meilògu. Sono alle sue falde cinque popolazioni, fra le quali Bessùde posta al suo maestrale, e la circonferenza si può valutare a 20 miglia. La di lui superficie è divisa in quei cinque comuni, e tocca a Bessùde la parte più amena e più ampia. Le parti inferiori sono coltivate a viti, onde hannosi vini molto riputati; vi sono pure in gran numero sparsi gli alberi fruttiferi, che per la profusione delle acque vi prosperano mirabilmente. Le parti superiori sono nude e sassose, e le estreme roccie tutte dirupinate, e con somma difficoltà accessibili. Sopra stendesi un pianoro capace di star. di semenza 1330, un terzo del quale spazio resta dentro i limiti del bessudese. Ivi nel mezzo vedesi una protuberanza, dove era il cratere d’un antico vulcano. Onde raccogliesi qual sia la natura delle roccie dominanti. Alla estremità contro Montessanto, diviso dal Pèlao per una vallata, nella quale scorre la strada centrale, vedesi un ricinto di circa 60 metri di circonferenza, dove veggonsi le rovine di una chiesetta, dedicata a s. Antonio abbate, ed alcune fondamenta. Si sa esser questo il sito in cui sorgeva nel medio evo il castello di Càpola. Se ne parlerà nell’articolo di Sìligo, entro i cui limiti trovasi quella parte del monte.

Non meno di 84 fonti versano acque perenni in questo piccolo territorio. Quattro sono presso al popolato, ed indi tutti si provvedono. Da queste e da altre minori nascenti dalla falda del monte contro tramontana, e da altre non meno di 20 che sorgono dalla falda del medesimo contro ponente, si formano tre rivoli che scorrono per lo paese, e che unendosi a piè del medesimo scorrono verso tramontana, e si ingrossano con altri rigagnoli. Dopo un’ora di corso passano nel territorio di Sìligo, e van giù nella valle verso s. Maria de Cea.

Scorrono in questo territorio altri due fiumicelli traversati da ponti di pietra vulcanica rossiccia nella linea della nuova strada provinciale, che da Tièsi passa in questo territorio per Itiri ad Alghèro. Il primo detto Riu-mannu sorge dal Pèlao, e si accresce da molti riozzoli del territorio di Tièsi; l’altro appellato Riu-Ispàdula nasce dalla fonte di s. Giorgio di Campo-lungo, in distanza di due ore dal paese, e si unisce all’altro ad un centinajo di metri dopo trapassati i due ponti. Dirigonsi verso la tramontana, entrano nel banarese, delle cui acque si arricchiscono. Cresciuti più per li rivoli, che provengono dal silighese, entrano nella valle di s. Maria de Cea, onde procedono tortuosamente verso Usini.

Si trovano in questo territorio nove norachi, che i bessudesi per anagramma di nuraghe dicono runaghes, tre dei quali sorgono sul Pèlao.

Il bestiame che educasi è delle specie solite, ma in piccola quantità. Nell’anno 1833 si annoveravano cavalli e cavalle domite 84, rudi 45, buoi da lavoro 140, vacche mannalìte (domestiche) 35, rudi 150, giumenti 65, majali 85, porci rudi 200, pecore 500, le quali prima dell’epizoozia dell’anno antecedente erano al triplo, capre 400. Totale capi 1504. Il prodotto del bestiame in formaggi non eccede sempre i bisogni del paese; quando però qualche quantità sopravanzi alla consumazione smerciasi in Sassari con le pelli e lane superflue. Si coltivano le api, ma è assai scarso il numero dei bugni, e poca cera e miele si può dare al commercio.

Manca il selvaggiume grosso, abbondano però gli uccelli dalle grandi specie alle minori.

Questo comune comprendesi nel marchesato di Monte-maggiore. Per li dritti feudali V. Tièsi, dove è la curia per l’amministrazione della giustizia, e l’uffizio di posta.

Visse in questo paese gli ultimi 22 anni della sua vita Francesco Carboni sino al 1817, quando in età di anni 72 moriva, e nella chiesa parrocchiale deponevasi alla cappella di s. Antonio da Padova. Era egli stato fin dalla prima giovinezza ascritto ai cherici regolari di s. Ignazio da Lojola. Produsse poco dopo il poemetto latino De Sardoa intemperie, che uno si è dei più pregevoli suoi componimenti. Pubblicò poi De Coraliis l. 2. De extrema Christi coena: De corde Jesu: Ad SS. Eucharistiam carmina: S. Doctoris Thomae Aquinatis Rhythmus in SS. Eucharistiam XII endecasyllabo carmine conscriptis poëmatiis expressus: Phaleucia: Carmina recentiora: Poesie italiane, e latine varie. Scrisse ancora varie orazioni latine sopra diversi soggetti. Ebbe egli fama fra i migliori latinisti del suo tempo, e con ottimo dritto per la profonda intelligenza principalmente, con che sceglieva i vocaboli, e gli accomodava ad esprimere i suoi pensieri. I poemi maggiori e moltissimi fra i minori lo rendon degno d’un posto cospicuo tra i poeti. Fu men felice nell’oratoria e nelle composizioni italiane. Avvi chi l’accagiona di aver dato talvolta nel gonfio e nel concettoso, amato i giuochi delle parole, d’esser caduto in certa servilità d’imitazione; e vi son pure cui sembra che nei ragionamenti mancasse di nervo e di animo. Non visse molto felice: imperocchè ebbe la debolezza di propendere all’opinione politica, che altrove in quel correr di tempi dominava; oltre di che comparve non onninamente puro da quelle passioncelle che destarono e animarono le gare poco lodevoli dei nostri municipi, come ne fa fede il di lui epigramma al cavaliere Angioi, che allora dai consenzienti vantavasi come un prodigio in poesia, e che presentemente si reputa da’ più assennati una meschinità. Le di lui opere si vanno ora pubblicando per cura del chiarissimo canonico Marongio (D. Emmanuele), dotto illustratore delle scelte lettere di s. Gregorio sulle cose sarde, autore d’un elogio alla memoria del re Carlo Felice, uomo abbondante d’ingegno e di dottrina, di cui Bessude sua patria avrà molto a lodarsi mai sempre.